Viabilità

Si autosospendono dalla loro funzione dirigenziale, poi si svegliano di soprassalto invocando le regole

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Editoriale del Segretario generale Provinciale Paolo Andreucci

 

Nei giorni scorsi un responsabile di un ufficio convocando i componenti dei vari settori comunicava che, per ordine superiore, da domani le cose sarebbero cambiate. La pacchia era finita: le regole sarebbero state applicate e, dove esistenti, sarebbero state fatte rispettare in maniera puntigliosa. Straordinari, indennità esterne, orari di servizio, programmazione dei turni, concessioni vere o presunte ecc., saranno stati i campi d’intervento del c.d. pugno di ferro, per distinguerlo dal pugno di carta utilizzato fino a quel giorno.

Questo grande esempio di lungimirante gestione del personale, trasmesso con un eloquio forbito e con la determinazione di chi crede che la sua immensa bontà sia stata tradita, va incastonato in un contesto in cui la civile rivendicazione dei propri diritti e della propria professionalità è stata vissuta come un affronto sul lato personale.

Un fatto del genere fa riflettere su come alcuni intendono e interpretano un ruolo così delicato come quello che svolge chi ha la gestione di un ufficio. Gestire il personale è compito difficile e molte volte ingrato, ma oltre che necessario per perseguire i compiti istituzionali, è anche l’elemento che caratterizza e giustifica la diversità dei ruoli: le responsabilità aumentano di pari passo con il salire della scala gerarchica.

Da noi, purtroppo, ai modelli organizzativi ante 1981, (militari gestivano il personale e civili facevano i poliziotti) non si sono trovate valide alternative. Siccome la nostra Amministrazione prepara bravi poliziotti, ma poco fa per formare bravi Dirigenti, sotto il profilo della gestione delle risorse umane, ecco che quest’ultima è lasciata quasi unicamente alle qualità personale e caratteriali dei singoli, senza un percorso didattico d’implementazione culturale e professionale, degno di nota.

Quando le qualità personali vanno in affanno e gli strumenti culturali scarseggiano, c’è il rischio che prevalgono le semplificazioni e il pressapochismo.

E’ su questo humus che cresce quel metodo di gestione nel quale ci si autosospende dalle funzioni dirigenziali, innescando una gestione pleistocenica dove il più forte governa con l’elementare concetto del dare e avere: tu fai come dico io e non crei problemi neanche con legittime richieste e io concedo quello che ritengo opportuno concedere.

Tutto ciò non basta naturalmente per comprendere compiutamente tale situazione, se non s’introduce nell’analisi un’ulteriore elemento. Fare il Dirigente costa impegno, sacrificio, si è da esempio e si deve dare esempio; se i principi non sono saldi e non si ha la capacità di allargare il proprio degree of view, il rischio di non dirigere è molto elevato. E’ ovvio che risulta molto più facile cercare la fidelizzazione del dipendente con un uso personalistico delle proprie prerogative.

Se questo è il piano non devono sorprendere discorsi come quelli riportati nella premessa, quello che deve sorprendere è che nessuno faccia rilevare la contraddizione intrinseca presente in tale discorso; affermare che da domani le regole saranno applicate laddove non lo sono state, mentre quelle esistenti saranno applicate in maniera puntigliosa e penalizzante, significa che fino ad oggi il Dirigente non ha svolto compiutamente il proprio ruolo e la motivazione non è certo da ricercare nel suo altruismo.

Una cosa è certa, tale discrasia va sollevata e la evidenzieremo in tutte le questioni di merito in cui si dovrebbe manifestare. Lo faremo senza isterismi, con tutti gli strumenti legittimi a nostra disposizione, con spirito costruttivo, ma con la determinazione di chi sa di agire in nome di interessi collettivi e non per questioni personalistiche.


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